Il Signor Diavolo e le variabili sociolinguistiche (SPOILER)

Ho visto un film. E già questo potrebbe meritare un articolo, poiché non capita più molto spesso nell’epoca delle serie tv on demand. “Il Signor Diavolo”, film di Pupi Avati del 2019 tratto dall’omonimo romanzo, di per sé, mi ha inquietato.

Saranno state le luci, saranno state le occhiaie che caratterizzavano più o meno tutti i personaggi principali, sarà stata la carica malefica delle superstizioni popolari che a volte fanno più eco della religione. Sarà stato Emilio (Lorenzo Salvatori). A rendere tutto più accattivante, poi, c’era quel gioco di nostalgici richiami che ci piace tanto (pensate a perché hanno tanto successo serie TV come Stranger Things o gruppi come i The Giornalisti, con le loro sonorità fine anni ’80 un po’ Raf e un po’ Venditti): i cammei – tre fugaci apparizioni della durata di una scena o poco più – di attori con cui la mia generazione è cresciuta: Andrea Roncato (di “Gigi e Andrea”), il bravissimo Alessandro Haber, Fabio Ferrari (“Chicco” de I Ragazzi della terza C) inseriti in atmosfere che mi sembravano citare con garbo Dario Argento.

Eppure c’era qualcosa che non mi tornava. Eppure la voluntary suspension of disbelief di cui parlava Coleridge o meglio l’illusione di realtà, quell’esperienza per cui “mentre sappiamo che stiamo vedendo solo un film […]  sperimentiamo quel film come un mondo pienamente realizzato”[1] non c’era. E dopo averci pensato un po’ su, ho capito che a stonare, per me che di cinema e scenografia non ne capisco proprio niente, era la lingua. Ammetto di non aver letto il romanzo di cui il film è trasposizione, ma credo fosse dal punto di vista sociolinguistico che qualcosa non tornava.

Che cosa sono le variabili sociolinguistiche?

La sociolinguistica è quella branca della linguistica, inaugurata da William Labov, che si occupa di analizzare l’interazione tra la lingua e la società.

Le variabili sociolinguistiche sono quei tratti che occorrono in certe situazioni d’uso o in parlanti dotati di certi tratti sociali. In sintesi, si tratta di realizzazioni linguistiche diverse ma semanticamente equipollenti che rendono conto del fatto che un testo sia scritto od orale, che a parlare sia una persona di una classe sociale bassa oppure alta, del rapporto con il nostro interlocutore, ecc.

Per esempio, potrei formulare queste due frasi equivalenti semanticamente: “Scusa, che ore sono?” oppure “Mi perdoni, saprebbe dirmi l’ora?”. Di fatto, sto dicendo la stessa cosa, ma dai miei due enunciati è facile dedurre in quale caso sto chiedendo l’ora ad un amico e in quale caso lo sto chiedendo ad una persona con cui non sono in confidenza, in modo formale.

Quali sono queste variabili?

  • Diatopia: come cambia la lingua nello spazio (es. da una regione all’altra)
  • Diacronia: come cambia la lingua nel tempo
  • Diafasia: come cambia la lingua a seconda del contesto e degli interlocutori
  • Diamesia: come cambia la lingua a seconda del mezzo utilizzato (es. scritto – orale)
  • Diastratia: come cambia la lingua a seconda del grado di istruzione, del ceto sociale, del sesso e dell’età del parlante

Per chi vuol saperne di più su un argomento così vasto, ma a mio avviso davvero affascinante, consiglio come lettura fondamentale Sociolinguistica dell’Italiano contemporaneo di Berruto[2].

Che cosa non mi è tornato? (SPOILER)

Diatopia e Diacronia: L’aspetto “geografico” (diatopia) è piuttosto marcato nei personaggi di Venezia, ma non altrettanto nei personaggi di Lio Piccolo, paesino in cui si svolge la storia. Specialmente nel giovane Carlo Mongiorgi l’inflessione regionale non solo non è percepibile a livello fonetico, ma anche forse a livello di scelte lessicali. Non capisco infatti per quale motivo chiami il padre “babbo”. A quel che ricordo le due forme papà/babbo si sono diffuse non solo in tempi diversi, ma anche in regioni diverse. Terminata la visione, sono quindi andata a controllare sul sito dell’Accademia della Crusca e sembrerebbe che, in Veneto, all’autoctono “babbo” fosse stato già da tempo preferito il francesismo “papà”. Ma allora perché un bambino del nord-est del 1952 chiama il papà “babbo”? Allego clip.

Diastratia: Clara Vestry Musy, mamma di Emilio è il personaggio che parla con l’accento più marcato, e ammetto che a volte ho dovuto concentrarmi moltissimo per capire le sue battute; eppure in quanto benestante, ci aspetteremmo da lei una maggiore vicinanza con l’italiano standard o, quantomeno, un accento marcato anche negli altri attori. L’accento del nord-est si sente anche nell’interpretazione di Haber (un esorcista), Roncato (un medico) e Ferrari (Alberto Collatina) e molto di meno in quello di altri personaggi, soprattutto, ancora una volta, Carlo.

Diafasia: Ancora una volta è Carlo a stupirmi con il suo registro quasi sempre formale, troppo, per un ragazzino di quattordici anni.

Diamesia: non ho letto il romanzo, ma dalla visione del film mi è rimasta come l’impressione che non abbastanza sia intervenuto a livello di adattamento dei testi. Le indecisioni, le pause, le correzioni avevano per me poco di naturale e molto invece di scritto.

Chissà se chi ha visto il film ha avuto la mia stessa impressione rispetto all’illusione di realtà. Oppure pensate che Carlo parlasse così perché…?


[1] Richard Allen, Projective Illusion. Film Spectatorship and the Impression of Reality, Cambridge University Press, 1995, pag. 4.

[2] Berruto, Gaetano (1987), Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Roma, La Nuova Italia Scientifica (14a rist. Roma, Carocci, 2006).

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